LINEAMENTI PER LA LETTURA DEL PAESAGGIO INDUSTRIALE DI PORTO MARGHERA
Giancarlo Carnevale, Presidente di Facoltà di Architettura, Università IUAV di Venezia
Esther Giani, Università IUAV di Venezia
La prima peculiarità di Porto Marghera è quella di essere una costruzione: un territorio totalmente artificiale, frutto di un progetto che lo ha definito formalmente e topograficamente. I tracciati delle infrastrutture, i canali, le aree destinate a stoccaggio, i bacini, sono interamente artificiali, disegnati dall’uomo.
Ci troviamo al cospetto di un paesaggio industriale che comunica, con brutale evidenza, la violenza di cui siamo stati capaci nei riguardi dell’ambiente, ma se proviamo a porci al di fuori di un giudizio di valore morale, osservando soprattutto i caratteri morfologici di questi scenari, ci si offre l’opportunità di riflettere sui processi formativi dei manufatti architettonici che vi si collocano.
La tesi che vorremmo sostenere, lungi dal credere che ogni reliquato industriale vada considerato un monumento da tutelare ad ogni costo, è che l’insieme della struttura urbana nel distretto di Porto Marghera vada considerato come un esempio ricco e complesso di stratificazioni morfologiche, fortemente caratterizzate dotate di un potenziale elevato. All’interno di questo tessuto esistono episodi di rilevante qualità architettonica e scenari di notevole interesse ambientale.
Una considerazione solo in apparenza banale, in realtà percepita come connotazione scontata e quindi irrilevante, riguarda le differenze che si riscontrano nella forma delle sezioni viarie: strade molto larghe e rettilinee sono fiancheggiate da polverose perimetrazioni di muri o da cancellate interminabili. Vasti spazi abbandonati e silenti si alternano ad altri ove attività rumorose, ciminiere fumanti e mezzi in manovra segnalano produzioni ancora attive.
Quasi fianco a fianco, si collocano edifici abbandonati della prima zona industriale e complessi impianti, la cui stessa forma ci indica che appartengono ad un altro tempo. Questo primo, quasi scontato, elemento marca in modo netto uno dei principali caratteri del paesaggio industriale: la rarefazione e lo scarto di scala. Basta osservare una planimetria per cogliere immediatamente la differenza tra il tessuto industriale e quello residenziale: non si tratta di percentuali diverse tra spazi edificati e spazi aperti, ma sono i rapporti quantitativi a modificarsi, le dimensioni, la scala. Le parti costruite hanno ingombri dieci volte più estesi, e i vuoti urbani sono ampi spazi di stoccaggio, grandi slarghi per manovre, corti smisurate per parcheggi di tir.
La percezione delle distanze viene falsata, i tempi si allungano, lo sguardo si fissa, diventa meno mobile, indugia lungo assi prospettici di ipnotica ripetizione. Entrano a far parte di questo paesaggio le attrezzature lineari che fiancheggiano i canali: binari, grandi gru mobili, tramogge e nastri trasportatori.
L’architettura destinata all’industria non può consentirsi divagazioni. Deve soddisfare domande precise, deve rispondere a prestazioni codificate, deve richiedere una manutenzione essenziale e – soprattutto – deve potersi realizzare in tempi brevi e senza sprechi.
La forma di ogni edificio è sempre il risultato di un complesso sistema di equilibri, ma nell’architettura industriale le ragioni dell’uso e quelle della economia (di costruzione, di manutenzione), prevalgono su quelle del comfort, sulle aspirazioni estetiche.
Vi sono edifici, tra quelli ancora oggi esistenti a Porto Marghera che, seppur in abbandono, rivelano una loro straordinaria qualità. Proprio nell’interruzione dell’uso, nella sospensione che precede quasi sempre l’abbattimento e solo raramente il riutilizzo, ebbene proprio in questa condizione di attesa, di straniamento, gli edifici industriali appaiono come oggetti di valore insospettabile. Innanzi tutto la scala: le dimensioni di un silos, ad esempio, o di un capannone vuoto, rimandano a spazialità eccezionali, come quelle di una cattedrale, di una sala assembleare. Il grande vano unico, il vuoto segnato dal ripetersi delle nervature (ad esempio in uno dei tanti edifici lineari), la scarsa illuminazione naturale, la proporzione degli elementi strutturali, le grandi luci libere tra gli appoggi, rendono questi spazi interni singolari, quasi imponenti nel suggerire potenziali recuperi e riabilitazioni. Se poi consideriamo la qualità di queste costruzioni restiamo sorpresi: a volte si tratta di edifici realizzati ancora negli anni Settanta o addirittura successivi, quindi non possiamo rifugiarci nelle considerazioni – un po’ scontate – che tendevano ad attribuire superiori abilità alla mano d’opera di un tempo lontano. Questa qualità di cui parliamo, è merito non solo di una accurata esecuzione, peraltro indispensabile nella lavorazione di strutture ad alte prestazioni, destinate ad assorbire imponenti sollecitazioni di carichi mobili e progettate con sezioni ridotte all’essenziale, ma proviene, piuttosto, dalla profonda necessità della forma. Sappiamo riconoscere, negli spazi che ritroviamo, la forza di una logica stringente, nella rigorosa precisione dei moduli, nell’accostamento di materiali severi, privi di compiacimenti, nel dosaggio delle aperture, nella uniformità delle superfici. La semplicità essenziale è intesa come un valore.
Sono queste le "figure" con cui dialogare in un processo di riabilitazione del comprensorio di Porto Marghera.
La semplicità essenziale è intesa come valore.
Le caratteristiche di un edificio industriale impongono processi di progettazione e di esecuzione dei lavori di assoluta razionalità. Le grandi dimensioni e il peso dei componenti prefabbricati, o realizzati a piè d’opera, costringono a una attenta programmazione del cantiere. Le scelte legate al posizionamento strategico delle gru, al calcolo degli sbracci, diventano parte del disegno dell’opera, ne configurano sia l’assetto planimetrico che i rapporti tra pieni e vuoti: in ultima analisi, la forma.
Anche l’esterno di un edificio industriale conserva i segni della propria origine: quasi mai si tratta di architetture che richiedono una climatizzazione interna, pertanto le pannellature e gli involucri hanno spesso una leggerezza sorprendente; oppure appaiono come paratie di un guscio, sottili lastre, anche curvate, accostate le une alle altre con ampi finestroni alti.
Grande attenzione è dedicata alla protezione dei finestroni, quasi sempre fissi. Si fa sovente ricorso agli shed: una icona grafica universale che segnala anche sulle mappe turistiche la presenza dei distretti industriali. Ancora un volta il segno esprime una domanda, un bisogno, e acquista la irresistibile evidenza estetica della forma necessaria. Così come il punteggiare dei camini delle ciminiere che si ergono triangolando a distanza tra loro, disegnando sky-line sempre differenti, è in realtà la rappresentazione fisica di logiche insediative stringenti.
I tralicci, nel loro susseguirsi, ci indicano invece gli assi di sviluppo delle aree: sono le potenti infrastrutture che conducono l’energia laddove serve, delimitano con le ragnatele dei loro fili i perimetri ove più intensa è la produzione, si dispongono secondo sequenze che le velature di bruma e di nebbia, tipiche di un ambiente lagunare , a volte confondono.
La crescita di uno stabilimento, spesso, avveniva secondo un processo graduale, si aggiungevano corpi all’insediamento originario, a seconda delle sopraggiunte necessità. In determinati casi si è trattato di uno sviluppo programmato, ed è ancora oggi possibile distinguere le varie fasi delle successive addizioni, talora differenti per tecnologie e materiali. In altri casi non si riscontra una consequenzialità nell’accostarsi dei vari corpi di fabbrica, ma si legge un tumultuoso susseguirsi di esigenze, forse legate all’andamento della produzione, e quindi del mercato. Le aggregazioni appaiono fortunose, dettate da necessità localizzate ed improvvise: urgenti. La morfologia dell’edificio iniziale, ancora riconoscibile, appare aggredita da superfetazioni che rimandano, nel loro pittoresco assemblaggio, a forme di architettura spontanea.
E poi ci sono le ombre, ingrediente di grande importanza per l'architettura in genere: danno risalto alla tridimensionalità, sottolineano i volumi e le masse. Nelle architetture industriali, così semplificate e con rapporti geometrici rigidi, le ombre costituiscono un controcanto: proiettano sul suolo i profili dei fabbricati, delle attrezzature. Negli interni dei grandi capannoni la luce spiove quasi sempre dall'alto (le pareti sono occupate dalle macchine, dagli impianti) creando effetti di penombra, segni ritmati e chiaroscurati come nelle cattedrali. Le superfici curve dei silos raccolgono l'ombra secondo grandi curve paraboliche, su di esse le scale e le sagome degli altri edifici si proiettano deformandosi sino a disegnare figure bizzarre ed irriconoscibili.
Una osservazione particolare va rivolta a quelli che, con una definizione tanto fortunata quanto impropria, vengono detti arredi urbani. Forse si potrebbero chiamare corredi infrastrutturali, elementi o attrezzature di servizio – comunque sia – quegli elementi che si distribuiscono lungo la viabilità, negli slarghi, sulle rive dei canali. Notiamo una evidente differenza rispetto agli spazi metropolitani: la segnaletica è più fitta, diremmo anche più perentoria, sovente include proibizioni e divieti intimidatori.
Il verde, che pure ha una sua presenza a Porto Marghera, sembra però a disagio: confinato in sistemi lineari che fiancheggiano le strade o ne profilano i bordi. Non è un verde ornamentale, serve a demarcare territori, a segnare confini. Oppure è invasivo, cresce spontaneo laddove l’uomo abbandona i presidi industriali: è un verde che recupera posizioni, si arrampica lungo i muri, invade gli spiazzi, riveste gli interni dei capannoni.
E poi c’è l’acqua. Nei canali che tracciano – lo si vede nelle planimetrie – la lottizzazione iniziale, pensata per movimentare le produzioni e gli approvvigionamenti con trasporti navali; dunque disegni geometrici rigorosi, diagonali ampie, vie d’acqua di generose sezioni, destinate a consentire spostamenti di carichi anche molto ingombranti. Le sponde sono alte, solide, murate spesso con elementi in pietra, attrezzate con binari e con gru mobili, dotate di tramogge e nastri di scorrimento che sporgono dalle rive. L’acqua è incupita dalla profondità dei canali, ma spesso è segnata da chiazze iridescenti e, in qualche caso, mossa da immissioni degli scarichi, a volte ribolle o si ricopre di vapori: si capisce che è un’acqua malata, che ha perso molto della sua originaria vitalità. Solo nei bacini, negli spazi più ampi di manovra, si ritrova la luminosità della laguna, e, allontanandosi, prendendo le distanze, si apprezza il riflesso: i grandi segni che si rispecchiano e diventano uno skyline rovesciato, raddoppiando l'immensità del distretto industriale in un fascinoso gioco delle parti.
Fumi. Fiamme e fumi. Una delle manifestazioni più spettacolari di molti processi industriali: pensiamo ai laminatoi, alle fonderie, alle colate, alle saldature, ma anche ai raffreddamenti, ai processi di trasformazione, alla semplice bruciatura delle scorie, alla produzione di energia, ai motori. Si tratta di forme vive, in movimento, la fiamma è aguzza, instabile, impetuosa: mostra la propria natura distruttrice nella avida ricerca di nuovi assetti, nel movimento guizzante e inquieto: la fiamma vuole crescere in fretta e non è mai davvero domestica, lo si scopre dolorosamente ogni tanto… Nella penombra degli stabilimenti è affascinante con i suoi riflessi incantati, produce rumore (un rombo, a volte uno scroscio), calore e bagliori più o meno intensi, il colmo dell’incanto è riscontrabile quando il fuoco si fa liquido, diventa fluido e poi, poco dopo, solido, scurendosi. Dove c’è fumo c’è fuoco, e quindi anche il contrario: a maggior ragione. I fumi. Non entriamo nel merito della loro tossicità: è storia vecchia e dolorosa, ormai cronaca: cronaca giudiziaria, ma anche cronaca nera. Parliamo dei fumi come forma; forma generosa, tondeggiante, mobile, mobilissima: nell’aria si lascia sedurre dal vento, lo segue perdendovisi, eppure nasce con impeto e si spinge disegnando potenti geometrie tridimensionali, fatte di volumi concatenati, gonfi e rarefatti in alterne pulsioni: un fenomeno plastico difficilmente fissabile, se non in immagini cinetiche.
Non si può chiudere questa rassegna schematica e ineguale sui caratteri del paesaggio industriale di Porto Marghera senza far cenno alla notte: l’illuminarsi graduale di assi viari, ai riflettori posti sui piazzali, gli spot rossi lampeggianti che segnalano le torri di raffreddamento e le ciminiere, i fari che si muovono seguendo traiettorie circolari, i silos circondati da corone baluginanti. Chiunque arrivi di notte in aereo a Venezia resta colpito dal disegno sfavillante di Porto Marghera: è proprio la disposizione delle luci che ci segnala l’artificialità del sito, il suo essere un terreno sottratto alla laguna.
Nel concludere questa breve descrizione di alcuni caratteri del paesaggio industriale, viene da chiedersi se davvero tali lineamenti – autentici dati fisiognomici – esprimano una qualche qualità. Pensiamo che, come per molti altri ambienti prodotti dall’uomo, la qualità non risieda in un valore estetico aprioristico, ma piuttosto vada ricercata nella coerenza, nella riconoscibile logica insediativa, nel ritrovare, anche attraverso letture frammentarie, le tracce di una intenzione progettuale razionale.
Può bastare questo riconoscimento ad attribuire valore a un insediamento?
L’evidenza di un processo, delle proprie ragioni di localizzazione territoriale, in questo momento storico possono essere di per sé elementi di interesse, sufficiente motivo per osservazioni fenomenologiche non superficiali. Ed è a questa prima conclusione, per quanto modesta, cui intendevamo pervenire con queste note.
Giancarlo Carnevale, Esther Giani,
Presidente di Facoltà di Architettura, Università IUAV di Venezia
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